– La contraddizione dei conflitti

Abbiamo sempre detto, fin dall’inizio, che parleremo di qualunque argomento, vedendolo con “l’anima”. Stasera vorremmo provare a farlo con la… “politica”
Il vocabolario italiano dice di “politica”: – scienza della vita sociale–
Allora forse “politica” è: “prendere in mano la propria vita”, perché la vita sociale riguarda ognuno di noi. Come vengono costruite le strade, le scuole, i distretti, i parcheggi, ecc… non è forse, la vita di tutti i giorni?
La ”politica” è quindi uno strumento democratico, indispensabile perché tutte le persone possano avere spazio di confronto culturale e progettuale, in risposta ai “bisogni” propri e degli altri.
Spesso, però sentiamo tantissime persone dire: “di politica non ne voglio parlare”. Che cosa è accaduto allora, a quella parola che se fosse rimasta ciò che è scritto nel nostro vocabolario, ci sarebbe sembrata molto interessante? Forse, per demerito degli essere umani, è divenuta ben altra cosa, se tantissimi si stanno “disinteressando della propria vita”. Nello stesso tempo, scopriamo un aumento dell’impegno in organizzazioni umanitarie, e culturali come se ci fosse un forte bisogno di incontrarsi, di rendersi “utili”.
Forse la sclerotizzazione dei gruppi dirigenti dei partiti e delle istituzioni (tessuto democratico di un paese) ostruisce volutamente il ricambio, tenendo “i conflitti” sottocontrollo, attenti a non farli emergere, proprio nel tentativo di mantenere il proprio status?
E’ questo il motivo che provoca un allontanamento anche nel rinnovamento? Ciò che riteniamo più pericoloso per la nostra democrazia, è la difficoltà nel contenimento, entro limiti democratici, di un conflitto individuale e collettivo, dove il cittadino è abbandonato a se stesso. Morale: i conflitti non si possono soffocare, perché provocano contraddizioni e malessere.
Siamo convinti che non può esistere un uomo, una società senza conflitto, ma anzi sia indispensabile per ogni democrazia. Pensiamo che il ruolo di una classe politica debba essere proprio questo: la capacità di farlo emergere, democraticamente, e di trasformarlo in ricchezza progettuale, in capacità di confronto. E’ nel connubio ”emergere-risolvere”, che si ha una società non statica, e non in difficoltà nel “contenere malesseri interiori”. Ciò che stiamo vivendo oggi, dall’aumento della violenza individuale a quella della guerra, credo che possa (in parte) dimostrare proprio questa teoria. I conflitti non si possono sopire facendo finta che non esistano. Serve la consapevolezza della loro esistenza e la capacità di farli emergere senza esplosioni violente, e costruire intorno ad essi progetti risolutivi. Perchè abbiamo parlato di contraddizione? Perché pensiamo che il conflitto più si disconosce e più provoca malessere e situazioni conflittuali.

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