-Quarta ginnasio

Sono solo. Sono entrati in casa per fare colazione e io sono alzato, in piedi tra i fiori, accanto al muro. E’ molto presto non è ancora l’ora della lezione. I fiori nuotano come pesci, intrisi di luce nell’acqua di un verde cupo e prendo in mano uno stelo. Io sono lo stelo, lo guardo, sé sciupato, spezzato, tolto dal suo vaso, il suo mondo, il suo microuniverso, sanguina linfa, si mescola all’acqua e all’aria pura, si dissolve la sua bellezza, non più apparentemente immortale, cosa divina, spirito vagante nell’oscurità che getta luce, ora è cadavere, sfogliato, appassito, senza colore, come l’uomo che nasce, cresce e muore, anche il fiore, mio solo amico, confidente, fratello, è caduto, è nella polvere, in terra sporca non deve finire, bensì in giardino, ben curato, dove, come goccia nel mare, dà la vita ad altri fiori. La sua morte non diviene oscura, buia, dimenticata, diviene luce che dà luce, poiché dà colore e vita e gioia, e muore felice, assolto il suo compito, teneramente insieme, luce e ombra.

ETTORE

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