-Circoncisione femminile

DAL  SENEGAL                  6 Dicembre 2006  ore 16
GIULIANA SERRA *         Diario di viaggio
Casamance, Senegal -Quartiere Lyndiane, Ziguinchor

Mi invita ad entrare una giovane donna , il suo sguardo timido mi accompagna al di là di una vecchia tenda e capisco subito che deve essere una delle figlie della donna più anziana che stavo cercando.
Nella piccola camera la televisione é accesa , un materasso appoggiato sul muro di colore blu ed un altro per terra , dove lei è seduta  e tiene in braccio un bambino di nemmeno un anno di età.
La luce è fioca nella stanza e si assapora un senso di imbarazzo, quasi di inquietudine , nonostante che ci conosciamo da quando sono arrivata in Senegal nel mese di Febbraio ,quasi un anno fa.
Dopo qualche istante di silenzio è proprio lei a rompere il ghiaccio ed ora appare sicura :
“L’escissione – dice- è ancora un tabù da noi , se qualcuno scopre quello che ti ho raccontato rischio di essere mandata via , nessuno deve conoscere chi sono e come mi chiamo ”.
Avrà una quarantina d’anni ed è sposata da quando ne aveva venti;
“Per amore”- dice lei – abbassando lo sguardo e rimettendosi a posto i capelli raccolti in un foulard colorato, un po’ sbiadito.
“Era la stagione dei manghi , giocavo con un gruppo di bambine più o meno di sei/sette anni
come me, non eravamo al corrente di nulla. Quel giorno , che era iniziato come tutti gli altri,
qualcosa di importante nella mia vita sarebbe accaduto, non sarei stata mai più la stessa.”- continua –
“Era un caldo soffocante a Ziguinchor, ci rincorrevamo l’una con l’altra , senza dar peso alla polvere che ci macchiava i vestiti già stracciati e alle mosche che ci ronzavano intorno. All’improvviso le nostre madri si avvicinano ridacchiando tra loro, ci prendono per mano. Saremmo andate a mangiare pane caldo.
L’afa si faceva sempre più forte , la musica ai piedi del bosco ci chiamava , le gambe delle donne saltavano a ritmi di festa.
Adesso eravamo più di quaranta bambine sedute in circolo sulla sabbia bollente.
Non ricordo quanto tempo sia passato , ma all’improvviso un senso di impotenza , – prende fiato-
due donne mi tenevano ferma , un’altra stava con un coltello in mano inginocchiata davanti a me.
Avevo paura ma non potevo far nulla… no, non ricordo di aver provato dolore, solo tanto sangue,
questo lo ricordo bene e le braccia di mia madre che mi stringevano forte, come non aveva mai fatto”.
Il rito si è concluso dopo un mese e mezzo.
Ogni giorno un segreto diverso , tra i manghi della foresta , dove alle donne non iniziate è impedito entrare. Ogni giorno una parola , uno sguardo , un canto nuovo , ci veniva svelato.
Tutto faceva parte di un linguaggio speciale, fatto di segni, simboli e suoni, che solo le donne escisse possono conoscere. Ora avevamo qualcosa in più, possedevamo il segreto, saremmo state capaci di badare a noi stesse, le altre non sanno nulla della vera vita.
Mi sentivo superiore a tutte coloro che non l’avevano fatto.
In quei lunghi 45 giorni imparavamo le regole del rispetto, i simboli della foresta , il corpo delle donne,
il mistero delle nascite ; ma soprattutto riuscivamo a comunicare tra di noi, donne di tutte le età,
senza che gli altri capissero le nostre intenzioni, era un legame forte che ora ci legava ,
un senso di complicità che ci univa l’una con l’altra mentre gli uomini ne erano esclusi.
Anche le mie due figlie sono state escisse, non avrei mai permesso la loro ghettizzazione.
Alcuni uomini, nella nostra etnia, diola, accettano di sposare una donna non iniziata
ma io non avrei mai accettato che le mie figlie fossero insultate dalle altre donne.
Finché esiste la parola “solima” esisterà l’escissione.
Se qualcuno pronuncia quella parola può scapparci anche il morto, è un insulto troppo grave, le mie bambine sono salve, camminano a testa alta. Se non sei escissa non hai accesso a tanti riti e feste, ti è vietato entrare nel bosco sacro riservato alle donne, il “Foureumbeune”, così rimani alle porte della foresta, circondata dalle minacce delle altre donne e se ti avvicini è una vergogna!
Non avrei mai potuto permettere per le mie bambine un tale disonore! “
Facciamo una pausa e ridacchiamo un po’, sorseggiando del the dolce e assaporando
un bonbon delizioso avvolto in un pezzo di carta , stracciata da un quotidiano locale.
La discussione si fa sempre più intima, le parlo di me, della mia storia, delle donne in Italia ,
del Sud , del calore e dei colori della mia terra. Osserviamo le nostre differenze prendendoci in giro l’una con l’altra , finché lei riprende e con uno tono malizioso mi chiede delle dimensioni della mia clitoride,
se non è diventata grande quanto un uovo, come si dice tra loro.
Nonostante la rassicuri della mia normalità, lei ribatte : “Con il tempo, vedrai, crescerà e sarà pericoloso se vorrai avere dei bambini”.
Non ho il coraggio di rispondere, continuo ad ascoltarla :
“Secondo la nostra cultura la clitoride può uccidere il feto o impedire i rapporti sessuali, ora che conosci il segreto dovresti farlo anche tu. Alcuni dei lembi asportati ricrescono dopo la cicatrizzazione della ferita e i rapporti sessuali sono piacevoli, il corpo delle donne si abitua con il tempo e accetta il cambiamento, è così da sempre”.
Faccio finta di nulla e con aria di nuovo seria le chiedo dei mutamenti che ci sono stati dopo l’entrata in vigore della legge che punisce queste pratiche.
“L ’ escissione ora è passata alla clandestinità – afferma –
si svolge all’interno delle case e l’età delle bambine si è abbassata di molto.
Se prima si iniziava al compimento del quarto anno di età, ora si comincia dal terzo giorno di nascita , così la cicatrice si rimargina meglio , ma soprattutto è più facile giustificare le urla del neonato:
tutti i neonati piangono, non attiri le attenzioni di nessuno e poi non ricorderai il dolore né il sangue
come invece ricordo io.
Nel mese di aprile scorso, a Bignona, una bambina è morta perché ha insistito per essere iniziata nonostante fosse malata. Capisci quanto per noi è importante! Preferisci morire che rimanere ignorante!
Gli uomini non c’entrano, è una questione di donne, tra donne, siamo noi che decidiamo tutto.
Sono le “exciseuses” ad operare, le donne più anziane; conservano con cura un coltello speciale, appositamente per quel giorno ma lo disinfettano con acqua bollente.
Come pagamento ricevono, da ogni bambina, 2000 fcfa , un sapone e un pagne tradizionale che poi potranno rivendere al mercato del villaggio”.
Si è fatto buio senza che ce ne accorgessimo, un vento fresco disturba le fiamme di un piccolo fuoco dove è poggiata una pentola con dell’acqua calda. La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato e per la fiducia accordatami. Mi accompagna alla porta con un sorriso, “a domani”.
Secondo le statistiche raccolte dal Ministero senegalese della Sanità,  in uno studio condotto nel 2005,
nella Regione di Ziguinchor sono circa il 70% le donne che subiscono una qualche forma di mutilazione dei genitali fino a raggiungere, nella Regione di Kolda,  picchi dell’80%.
Donna , qui in Casamance, non si nasce.
A questo qui provvedono invece le pratiche rituali che manipolano il corpo femminile  caricato di valenze immaginarie e  decidono della sua identità.
La differenza non più biologicamente riconosciuta, diventa ora sociale e socialmente viene controllata e guidata.
Che si tratti di Ziguinchor o di Pechino, che una donna cammini tra le strade di New York o di Beirut, della Palestina o dell’Albania, i meccanismi di invasione e di controllo sul corpo femminile, per quanto diversi, ci parlano di uno stesso  terrore comune legato al potere delle donne e ai misteri del linguaggio del suo corpo.
E’ la consapevolezza dell’esistenza di un destino condiviso che mi ha portato fino a qui,
tra le donne dei boschi sacri, ma i loro sguardi mi raccontano storie già ascoltate, in Algeria, in Marocco,
in Repubblica Ceca, in Italia; mi ricordano le vite di Angela moldava, Alina rumena, di Patricia brasiliana, di Micaela argentina, di mia madre calabrese.
Solo attraverso uno sguardo scevro da giudizio e con la certezza che i conflitti culturali vengono strumentalizzati per creare odi e manipolare popolazioni da sfruttare e  solo dopo che sia avvenuto il riconoscimento di una situazione non più individuale ma generalizzata della condizione della donna, credo si possano avviare meccanismi rivoluzionari tali da trasformare il timore in forza e la forza in ricerca di sé e del diritto al dominio sulla propria esistenza.
Giuliana Serra *
Laureata in Diritto Internazionale e specializzata in politiche di genere.
Ha lavorato in Italia ,a Siena, in Repubblica Ceca e in Algeria ed  ora coordina un progetto
promosso dal  COSPE  sui Diritti delle donne in Senegal.

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