Quell’uomo chiamato padre

Gentilissimo padre di mio figlio, mi vedo costretta a scrivere questa lettera perché con il passare del tempo, parlare con te, mi diventa sempre più difficile Non sono mai riuscita a mettere la “famosa pietra sopra”, non tanto al ”tradimento” classico, di quello sinceramente mi è sempre importato poco, quanto al  “tradimento”  di compagno che ha con me un figlio. Probabilmente l’impostazione di pensiero e di valori che abbiamo non crea solo una diversità, la quale di norma è un grande arricchimento, se saputa accogliere da ambo le parti, ma trattasi di una frattura che ci vede in luoghi completamente diversi, senza possibili incontri. Oggi penso che il sentimento che ci ha visti per ben 13 anni insieme, sia stato alterato dai nostri bisogni individuali, senza che avessimo la benché minima idea di chi fosse l’altro. Un incontro immaturo, incapaci entrambi di saper amare davvero l’altro per come egli fosse veramente. Oggi comprendo tutto ciò, e mi è chiaro il mio percorso e nonostante il profondo dolore che io ho vissuto a causa del tua scelta, per me stessa, ma soprattutto per ciò che ogni volta facevi a nostro figlio, io oggi non posso che ringraziarti. Tutto ciò che tu mi hai fatto, ha restituito me  stessa a me e di conseguenza agli altri. Non sarei stata una mamma capace di cambiare e comprendere, se fossimo rimasti insieme. Forse è vero ciò che affermano in molti, che se incapaci di vivere il dolore, anche incapaci di vivere il sublime. Mi dispiace di aver contribuito al nostro fallimento, avrei preferito non contribuire. Detto ciò, rimane il fatto che per quanto mi riguarda, lui, rimarrà nostro figlio per tutta vita e non condivido l’atteggiamento di  rimanere in questo separati, ma ancora una volta ahimè, sono costretta a constatare che siamo ancora più lontani. Molto chiaramente io penso che il tuo modo di essere padre non sia proprio un granché e con tutta probabilità tu penserai di me che io sia presuntuosa e che mi permetto di giudicarti senza averne il diritto. Hai ragione, il “giudizio” di per sé non è un capolavoro, presuppone una condanna o un’assoluzione, cosa difficile anche per un giudice. Allora diciamo che con il tempo ho cercato di rimuovere il mio atteggiamento giudicante, per spostarmi in un terreno di “accoglienza”. Partire, senza un pensiero già confezionato. Stare dove “si sta a guardare come l’altro è padre”. Tentare di vedere come la tua modalità agisca su nostro figlio. Sentirne la varie sfumature, le sensazioni che tutto questo provoca su di lui, ed attendere che sia lui a venirti a raccontare. Oggi posso affermare che non sono i figli a dover imparare da noi, ma siamo noi genitori ad aver bisogno che loro c’insegnino ad esserlo. Essi hanno estremamente bisogno di avere a fianco un padre e una madre, maturi e consapevoli di quanto i loro gesti, le loro parole, le loro affettività, condizionino la loro partenza e diano strumenti per prendersi cura della propria vita. Ma nel momento che ho fatto questo, ho visto cose dentro di lui che tu non vedi, anzi che tu asserisci non esserci. Non trovo che il trattare i propri figli come se fossero tuoi coetanei, sia per loro un benessere; preferirgli una donna; non chiamarlo nei fine settimana in cui non è con te; non prendersi mai una giornata da passare insieme. Non sentire mai che tu sei suo padre e lui tuo figlio e provare in questo  il piacere di scoprirsi….

Explore posts in the same categories: Appunti sui Polsini

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: