Mamma, mamma, continua…

…e la mamma riprese a raccontare…

Nessuno aveva detto ad Anastasia di non fidarsi dell’uomo nero, e  fu per questo che quando lo incontrò, lo seguì tranquillamente… A dire il vero non era stato proprio così, qualcosa dentro di lei che strideva lo sentiva, ma non volle badarci. Pensava che fosse tutta colpa delle sue sensazioni che erano caparbie e fastidiose. Quando si mettevano in testa di far sentire quel piccolo tarlo, non la smettevano mai. Lei però, non le avrebbe ascoltate e sarebbe andata avanti con il suo uomo; se era nero meglio, pensò, nessuno lo avrebbe voluto e sarebbe rimasto tutto suo! Ma adesso si era resa conto che non era così. I principi azzurri con il tempo perdono di tonalità e cambiano colore non solo per lei ma per tutte, quindi un’altra ragazza ormai un po’ grande e sola, si accontentò del suo uomo nero, privandola del padre del suo bambino. Con il segno di poi Anastasia si rese conto che non aveva lottato molto per tenerselo, anzi, nel corso degli anni passati con l’uomo, ogni tanto sognava di andarsene. Avrebbe atteso che il principino crescesse e si sposasse e poi avrebbe scritto una lettera all’uomo nero e se ne sarebbe andata, libera e sola. Presa dal suo sogno non si rese conto che inconsciamente aveva trasmesso all’uomo il suo pensiero, e lui per non soffrire, l’aveva lasciata per primo. Il bambino fu, per molto tempo, il solo motivo di vita. Ogni suo sogno fu sostituito dal dolore e dalla rabbia. Per anni rimase immobile dentro questi due sentimenti, e per anni non volle uscire dalla buca dove era caduta. Ma un giorno, il principino ormai cresciuto, le portò a casa una fanciulla. Invece di esserne gelosa come tutte le mamme, fu felice e si accorse che in quegli anni aveva solo sperato che il tempo passasse in fretta. Così era stato. I giorni successivi alla conoscenza della fanciulla, Anastasia sentiva a momenti, un senso di vuoto che le prendeva la bocca dello stomaco. Il giorno in cui lei aveva deciso di non essere sola ad occuparsi del principino, obbligando l’uomo scuro, era stata una lotta estenuante, lui non ne voleva sapere. Per i soldi non fu un grandissimo problema, qualcosa era riuscita ad avere da lui, qualcos’altro lo guadagnava lei lavorando tutto il giorno, e poi era stata abituata fin da piccola ai sacrifici, per cui se la cavò egregiamente, ma per il resto, non smetteva mai di provare rabbia, rancore e non voleva mollare. Lasciare andare quel bastardo per la sua strada, non le piaceva. Sembrava che questi sentimenti fossero come incollati al suo corpo. Mille volte si diceva che era solo perdita di tempo e di energie, ma se ne allontanava per poco, poi ricadeva subito dopo, invasa nuovamente dagli stessi estenuanti pensieri. Era come una partita a carte, l’ultima, quella che decide il vincitore e il vinto. Solo che lei non voleva essere “il vinto”. La conoscenza della ragazza del suo principino l’aveva scossa nonostante non lo volesse ammettere e non perchè ne era gelosa, ma perchè le aveva fatto vedere che il suo bambino stava diventando un uomo,  e che abbastanza presto se ne sarebbe andato per la sua strada. A lei, che era rimasta ferma, le sarebbe rimasto il suo tempo sprecato dietro a quell’uomo, di cui apparentemente non gli importava più niente, e per certi aspetti era vero, ma per altri rimaneva legata a doppio nodo. Anastasia non avrebbe voluto che la sua vita andasse così, ma durante la sua adolescenza e quando si trovò grande abbastanza per diventare una donna, non avendo realizzato i suoi sogni, perse la stima di se stessa, pensò di non meritarsi che un uomo oscuro. Fu questo sentire che le fregò la vita. Ora, seduta nel piccolo giardino della sua minuscola casa, mentre guardava la luna piena, scorreva tutta la sua vita e capiva, sapeva che cosa le era accaduto. Anastasia, si sentiva sola, nel pensiero del risentimento, non era così se guardava la strada che aveva fatto. Non si era neppure accorta che lei era cambiata, che il rancore lo usava come un’ancora per la paura che la sua vita affondasse. Non si era accorta che la sua infanzia le aveva dato la forza, la capacità della solitudine, la possibilità del silenzio e dell’ascolto. Non aveva capito che dove era, lei ci voleva essere, perchè quei suoi sogni erano rimasti in attesa della loro realizzazione, fremevano e aspettavano che lei si svegliasse da quel torpore, per ritrovare ciò che veramente era e riprendere il cammino. Improvvisamente una gioia, tranquilla calma, la invase. Il bisogno di riprendere i suoi sogni, con la saggezza del tempo le aprì il petto e un grande respiro si fece strada dirompente. Le sembrava di avere ancora un tempo immenso per realizzare ciò che voleva, mentre prima, pensava spesso di essere alla fine, anzi a volte la desiderava. Si accorse che la sua felicità era più dovuta alla scoperta della sensazione dell’immensità del tempo che al sentirsi immortale come spesso le era capitato quando era più giovane. Scoprì che il suo tempo di vita finito, era in realtà, infinito. In un’altra vita, in un altro mondo, ciò che non aveva realizzato in questa, sarebbe rimasto nell’universo, nell’aria, sarebbe caduto da qualche parte, per  proseguire. Questo la rendeva felice. Respirò ancora profondamente perchè tutto entrasse e rimanesse, ma un piccolissimo, impercettibile vuoto nella parte opposta al cuore le oscurò quella felicità. In una parte, senza sapere esattamente dove, c’era uno scrigno piccolo, piccolo, che si era aperto e tutto ciò che c’era dentro era volato via, scomparso nel nulla. Era questo il vuoto che lei sentiva, come una punta amara sulla lingua. Tornò a guardare la luna. La felicità non era più come quando era fanciulla, aveva sempre una punta amara per tutti quei tradimenti che lei aveva fatta a se stessa. Poteva chiamarli rimpianti? Il rancore per quell’uomo oscuro tornò ancora, per dirle che il suo sogno più bello, quello di avere la sua famiglia non lo aveva realizzato per colpa di lui. Lui le aveva tolto la sedia di sotto il sedere proprio mentre stava per sedersi e gustare la realizzazione del suo progetto più grande. Lo odiava per questo. Proprio mentre stava per ricadere nuovamente nella buca, suo figlio arrivò. Lui e il suo cane uscirono. Il cane gironzolò un pò, annusando, in cerca di quella povera pianta che ogni sera annaffiava con la sua urina. Suo figlio invece, si sedette accanto a lei, in silenzio. Lei lo guardò, com’era diverso da quel bambino piccolo e paffutello! Per lei però era sempre il suo principino. Il principe della sua vita, e lo sarebbe stato per sempre. Guardò la luna e si accorse che aveva evitato la buca, senza che se ne fosse accorta! Allora era possibile! Era possibile non caderci più “istintivamente”, anzi ” naturalmente”, senza stare attente, all’erta, preoccupate, impaurite. Si fece nuovamente strada quella piccola sensazione che le apriva lo sterno, quel senso di felicità nuova, diversa, più saggia, come amava chiamarla. Suo figlio a fianco rimaneva silenzioso, ma presente, lo percepiva. Il cane si avvicinò, salì sulla panchina, in mezzo a loro due e si sdraiò, appoggiando il muso sulla sua coscia, con un grande respiro, come chi ha trovato la posizione più consona al suo bisogno di affetto. Il silenzio parlava per tutti e tre, per un attimo interrotto dalla voce di suo figlio: “è questa la mia famiglia”, da tempo mio padre non ne faceva più parte”.

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